Economia e Finanza mondiale in crescita, paesi emergenti, Usa ed Europa

Economia e Finanza mondiale in crescita, paesi emergenti, Usa ed Europa
ottobre 15 14:41 2017 Stampa articolo

Dopo anni di recessione e di crisi finanziare sembra proprio che l’economia mondiale sia lanciata verso una crescita solida e globale, trainata soprattutto dalle ottime prestazioni delle economie dei cosiddetti Paesi emergenti, BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Secondo Il DESA, il Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, la crescita dell’economia mondiale si attesterà a +2,7% nel 2017, con una previsione ancora più positiva per il 2018 di +2,9%. In particolare sono visti in forte crescita le economie dei Paesi africani, dai quali ci si attende una chiusura rispettivamente al 3,2% e al 3,8%.

Decisamente più positive le stime effettuate dal Fondo Monetario Internazionale, FMI, che prevedono una crescita dell’economia mondiale al 3,5% in questo finale di 2017, mentre il 2018 dovrebbe andare ancora meglio e far registrare una crescita positiva del 3,6%.

Dal quadro tracciato si nota una situazione disomogenea, con l’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone che presentano una crescita solida ma piuttosto modesta, mentre i Paesi asiatici, sudamericani e soprattutto quelli africani fanno segnare ottimi risultati in continua accelerazione, sospinti da export e investimenti.

L’incertezza dell’economia USA e delle politiche di Trump

Secondo la maggior parte degli analisti internazionali l’economia a stelle e strisce si mostra solida ma in leggero calo. Le stime parlano di un 2017 che dovrebbe chiudere a +2,1%, leggermente inferiore alla previsione precedente di +2,3%, con un 2018 che passerebbe da +2,5% a un più modesto +2,1%.

A pesare sono le incertezze legate alle crisi internazionali, su tutte la situazione nella Corea del Nord, la delicatezza delle operazioni al largo del Mar della Cina e i rapporti sempre più tesi con la Russia. Secondo l’economista del Fondo Monetario Internazionale Maurice Obstfeld, gli USA hanno abbandonato per il momento una politica economica espansionista, rimanendo su posizioni più conservatrici.

I pericoli per l’economia USA potrebbero arrivare anche dall’interno, in particolare dalle politiche protezioniste dell’Amministrazione Trump. Se la riduzione della disoccupazione e la ripresa economica sono il frutto delle spinte espansioniste e liberiste delle due Amministrazioni Obama, una stretta all’import e una riduzione degli scambi internazionali potrebbero invece riportare gli USA ad una fase di stagnazione.

La situazione europea

Non sembra andare meglio alla UE, che seppur mostra segni di una generale ripresa, con il PIL dell’Area Euro in rialzo da +1,7% a +1,9%, rimane lontana dalle performance pre-crisi. In particolare pesano le diseguaglianze all’interno dell’Unione Europea, gli alti livelli di disoccupazione giovanile e l’innalzamento dell’età media della popolazione.

Inoltre un Euro ancora così forte non aiuta i Paesi in maggiore difficoltà, come l’Italia, il Portogallo e la Spagna, mentre la Germania fa segnare nuovi record e un livello di disoccupazione ai minimi storici, sotto il 5,5% quindi quasi in piena occupazione.

L’unica ombra potrebbe essere rappresentata dall’esito della tornata elettorale. Seppur vittoriosa e ormai al quarto mandato, Angela Merkel è impegnata a trovare un difficile accordo tra l’estrema destra xenofoba, AFD, il vero vincitore delle elezioni e il partito socialdemocratico sempre più in crisi, così come la stessa CDU.

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La Cina e i Paesi emergenti

La grande spinta alla ripresa dell’economia e della finanza globale arriva dai Paesi emergenti, Cina e India su tutti. Sembra proprio che finalmente questi due grandi Paesi locomotiva abbiano superato la fase di stagnazione degli anni passati, ormai completamente lanciati verso il superamento delle medie storiche.

Specialmente l’India sta viaggiando abbondantemente sopra il 4%, trainata dalle politiche di libero scambio, dalle privatizzazioni in atto e da un’apertura generale dell’economia rispetto ai mercati di capitali. Se dovesse continuare su questi livelli, con una popolazione di 1,3 miliardi, l’India potrebbe diventare la seconda potenza economica dopo la Cina da qui ai prossimi 20 anni.

Anche il gigante asiatico si conferma in perfetta salute con un’economia sempre più aggressiva e votata alla crescita, specialmente nei settori della ricerca, dello sviluppo tecnologico e dell’innovazione. La Cina si dice pronta a togliere agli USA il primato tecnologico nei prossimi anni, grazie agli ingenti investimenti che il Governo centrale sta dedicando all’intelligenza artificiale e al deep learning.

Messi tutti insieme i numeri delle economie dei Paesi emergenti sono impressionanti. Basta pensare che negli ultimi dieci anni hanno aumentato la popolazione del 28%, il PIL del 179% e gli scambi commerciali di ben il 94%. Ovviamente rimangono ancora tanti i problemi e le sfide da risolvere, tra cui le forti diseguaglianze sociali, oltre 700 milioni di persone che soffrono la fame e l’annoso problema dei rifugiati, tutti aspetti che potrebbero pesare negativamente sulla crescita economica dei prossimi anni.

I rischi che potrebbero bloccare la ripresa

Nonostante la crescita dell’economia e della finanza mondiale sia lanciata e piuttosto solida, con la crisi che sembra essere ormai completamente superata, pesano sul futuro le incertezze politiche e ideologiche legate agli estremismi e ai nazionalismi, entrambi in forte crescita in quasi tutto il mondo.

Secondo l’Economist le politiche protezionistiche che i politici populisti stanno adottando in USA e in UE rischiano di creare degli effetti negativi sul lungo termine, potendo causare potenzialmente un arresto della crescita economica globale e un aumento dei livelli di disoccupazione.

Delicato e cruciale anche il ruolo delle banche centrali, che a partire dalla fine di questo 2017 dovranno iniziare a gestire l’uscita dalle politiche monetarie di sostegno all’economia e alla finanza. Sarà necessario mettere in atto azioni coordinate a livello mondiale, volte a evitare che la fine del “quantitative easing” crei forti ripercussione sull’economia reale.



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